venerdì 20 maggio 2016

"Coena Cypriani": realtà medievale "a testa in giù"

Nell'ambiente cupo e intriso di morte dell'abbazia, la fonte di uno dei dibattiti centrali del romanzo tra Guglielmo e Jorge è il riso. Il primo lo intende come via di conoscenza, o almeno come elemento connaturato, e non necessariamente negativo, nell'animo umano; egli vede nella risata, sineddoche per i sentimenti lieti dell'uomo, una funzione educativa e di edificazione, sia in ambito colto sia in ambito profano e povero: "come nei sermoni per toccare l'immaginazione delle pie folle occorre inserire exempla, non di rado faceti, anche il discorso deve indulgere a queste nugae"¹. L'estremo opposto di questa visione viene sostenuto da Jorge, monaco venerando dell'abbazia: il riso è considerato un gesto osceno, fonte di peccato, poiché porta l'uomo sulla strada del desiderio e lo spinge ad "ammirare le opere dell'uomo anziché meditare sulla legge Dio". Il tema del riso, e più in generale la cultura carnevalesca cui esso appartiene, fa parte del contesto del romanzo non solo perché motivo di scontro fra dotti: all’interno della stessa ristretta comunità dei religiosi eruditi, alcuni ioca monachorum erano considerati portatori di segreti insegnamenti morali. Ne è un esempio la Coena Cypriani , così come viene raccontata da Adso attraverso il suo sogno in una forma rivisitata rispetto all'originale, la quale dimostra anche come, nel suo rappresentare un mondo “a testa in giù”, essa simboleggi anche la ribellione, o quantomeno la perplessità, nei confronti del sistema in cui l’uomo medievale viveva.




1: primo giorno, dopo nona (pagina 99)

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