"Coena Cypriani": realtà medievale "a testa in giù"
Nell'ambiente cupo e intriso di morte
dell'abbazia, la fonte di uno dei dibattiti centrali del romanzo tra Guglielmo
e Jorge è il riso. Il primo lo intende come via di conoscenza, o almeno come
elemento connaturato, e non necessariamente negativo, nell'animo umano; egli
vede nella risata, sineddoche per i sentimenti lieti dell'uomo, una funzione
educativa e di edificazione, sia in ambito colto sia in ambito profano e
povero: "come nei sermoni per toccare l'immaginazione delle pie folle
occorre inserire exempla, non di rado faceti, anche il discorso deve indulgere
a queste nugae"¹. L'estremo opposto di questa visione viene sostenuto da
Jorge, monaco venerando dell'abbazia: il riso è considerato un gesto osceno,
fonte di peccato, poiché porta l'uomo sulla strada del desiderio e lo spinge ad
"ammirare le opere dell'uomo anziché meditare sulla legge Dio". Il
tema del riso, e più in generale la cultura carnevalesca cui esso appartiene,
fa parte del contesto del romanzo non solo perché motivo di scontro fra dotti:
all’interno della stessa ristretta comunità dei religiosi eruditi, alcuni ioca
monachorum erano considerati portatori di segreti insegnamenti morali. Ne è un
esempio la Coena Cypriani , così come viene raccontata da Adso attraverso
il suo sogno in una forma rivisitata rispetto all'originale, la quale dimostra
anche come, nel suo rappresentare un mondo “a testa in giù”, essa simboleggi
anche la ribellione, o quantomeno la perplessità, nei confronti del sistema in
cui l’uomo medievale viveva.

1: primo giorno, dopo nona (pagina 99)
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